Archive for the 'Copyfight' Category

I colori dell’illegalità

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Attenzione ai colori che vedete sopra. In combinazione, sono illegali: riproducono la famigerata chiave di decriptazione degli HD-DVD, che in 24h è passata da un totale di 293.000 menzioni su google a oltre 548.000. Un episodio di disobbedienza civile davvero massiccio.

Da t3knomanser via | Boing Boing

Wikipedia e il numero incriminato

Digg ha capitolato, in seguito alla rivolta degli utenti. Wikipedia invece ha chiuso la pagina relativa al numero incriminato (la chiave per decriptare i contenuti sugli HD-DVD)… Rimane una curiosità, visto che seguendo il link precedente si arriva su una pagina generata automaticamente che ripete per 6 volte la chiave (e una volta nella URL): Wikipedia sarà perseguibile lo stesso, visto che la chiave compare comunque sulle sue pagine ?

Via | Reddit

Digg Revolt

Gli utenti Digg si sono davvero incazzati, hanno messo in scena una specie di rivolta, e alla fine l’hanno avuta vinta…

La querelle riguardava un numero esadecimale (la chiave che permette di leggere praticamente tutti gli HD-DVD usciti finora). Un numero velenoso, virulento al punto che in pochissimi giorni sono già spuntati oltre 293.000 risultati su Google, nonostante il tentativo da parte dei “proprietari” del numero di impedirne la diffusione, chiedendo la cancellazione di post, la chiusura di blog e via ingiungendo.

Quando la storia ha cominciato ad essere postata su Digg i gestori si sono trovati di fronte ad un dilemma: lasciare il numero incriminato sulle pagine di Digg e fronteggiare la potenziale ira dell’industria cinematografica, oppure cancellarlo e fronteggiare la potenziale ira dei lettori ? Kevin Rose & Co hanno scelto la seconda strada, ma i “diggers” si sono rapidamente indignati per quella che hanno visto come una censura inaccettabile e hanno ingaggiato un braccio di ferro impressionante: ad un certo punto l’intera home page di Digg era composta di storie riguardo al pericoloso numero.

Alla fine Digg ha capitolato. Lezione importante per tutti gli aspiranti fornitori di servizi Web 2.0: prima o poi i tuoi utenti ti metteranno nei guai e allora dovrai scegliere se accettare i guai o alienare gli utenti.

Via | /.

Sognare un poco con 100 milioni di dollari

Interessante, questa mail di Jimmy Wales a wikipedia-l: “Jimbo” chiede alla lista di “sognare un poco” e di indicare alcuni esempi di opere d’ingegno per le quali la comunità non sta facendo un buon lavoro di generare rimpiazzi “liberi” e che sarebbe più efficiente acquistare e rendere liberi. Cose tipo archivi fotografici, libri di testo, archivi di giornali/riviste, ecc.

E chiede di sognare in grande, di immaginare cosa potrebbe essere acquistato per 100 milioni di dollari, perchè la domanda gli è stata fatta da qualcuno che sarebbe in grado di far accadere una cosa del genere.

Un potenziale mecenate delle libertà digitali. Speriamo che la cosa si avveri, e che sia solo il primo di una lunga serie.

DVD Jon - la carriera di un provocatore ?

Quando uno si chiama Jon Lech Johansen (”DVD Jon”), tiene un blog chiamato So Sue Me (”e allora denunciami”) e va a lavorare per uno dei serial-entrepreneur più denunciati dalla Copyrigh Industy degli ultimi anni (Michael Robertson), ci si aspetta che nel giro di pochi mesi scoppino scintille legali.

E invece nulla. Che succede, dunque ? DVD Jon cambia lavoro e va in una azienda dove si fa “il reverse engineering di sistemi proprietari che non sono disponibili su licenza o per i quali le licenze non sono praticabili”.

Lodevole intento, spero che abbiano dei benefattori che gli permettano di lavorare senza aspettarsi un ritorno pecuniario, e che l’azienda si costituisca un buon fondo di difesa legale.
Via | Techdirt

Il buco analogico …

Fare battute su chi cerca di “chiudere il buco analogico” è fin troppo facile, ma si rischia di scadere nel trivio. Cercherò di restare serio, quindi. E di non dire quello che penso dell’ennesima proposta di legge in proposito all’esame del congresso USA.

A quanto pare, “la possibilità di convertire un segnale video analogico in un formato digitale è una significativa debolezza nella protezione dei contenuti.”

No, no e no! “The analog hole is a feature, not a bug!!!!”.

La possibilità di convertire un segnale analogico in un segnale digitale è una scoperta geniale, che ha permesso la creazione del Compact Disc e del DVD. Ora, le due industrie che si sono salvate il c**o grazie a queste tecnologie, assieme a quel gran parassita dell’industria radio-televisiva broadcast(1), vogliono essere ben sicure di avere una presa da boa constrictor su tutti gli apparecchi che possono eseguire questo pericoloso e sovversivo atto della conversione analogico digitale.

E quindi, vai con l’aggiunta (a spese dell’utente, ovviamente) di apparati per rilevare un sistema di segnalazione per i materiali “intoccabili”. C’è il segnale di protezione ? Niente conversione!

Direi che gli USA possono, se vogliono, legislare piano-piano la propria progressiva irrilevanza tecnologica, se fossero numerosi anche in in Europa i legislatori con stimoli da techno-seppuku …

(1) negli USA funziona così: “le frequenze sono di tutti, ma noi le usiamo per il vostro bene, quindi non le paghiamo!”

Le scuse per i testi delle canzoni

La casa discografica che aveva mandato minacce di azioni legali allo sviluppatore di PearLyrics si è pubblicamente scusata.

pearLyrics è un piccolo programma che si integra con iTunes e permette di trovare in rete i testi delle canzoni della propria libreria musicale, ed è diventato immediatamente popolare tra gli utenti iTunes. Talmente popolare, che il suo autore ha ricevuto una lettera “minatoria” da Warners Chappel music, che paventava un destino à-la Grokster e Kazaa se non smetteva immediatamente di distribuire pearLyrics.

Nonostante le scuse, il risultato della storia è quello che ci si poteva aspettare: “Ritter ha dichiarato che ora ci penserà due volte prima di implementare la sua prossima grande idea”. Sic transit innovatio mundi … in nomine copyright.

Presto aperta la stagione di caccia a BitTorrent

Post-Grokster, gran parte dell’attenzione è puntata su Bittorrent.

Ernest Miller analizza i pronunciamenti di Bram Cohen riguardo a Bittorrent, per capire se possano dare adito ad una accusa di incoraggiamento alla violazione dei diritti d’autore. Sembra che non ci siano particolari tracce di incoraggiamento ad usi non leciti da parte di Bram Cohen, e lo riscontra anche Edward Felten, che però è sicuro che questo non fermerà le industrie discografiche e cinematografiche dal provarci: faranno di tutto per convincere i tribunali USA ad interpretare a loro favore la sentenza della Corte Suprema.

L’obiettivo sarà quello di guidare l’interpretazione della legge verso la condanna di tecnologie che hanno importanti usi illeciti, a prescindere dagli usi leciti o dalle intenzioni degli autori.

Ci sarà un grande scartabellare tra mailing list di sviluppo e di supporto di tecnologie p2p.

D’ora in poi, chi sviluppa qualunque software che possa essere usato per lo scambio di file dovrà stare molto attento a quello che dice riguardo potenziali usi illeciti ….

Grokster perde

Grokster ha perso la sua causa davanti alla corte suprema:

Chiunque distribuisca uno strumento con lo scopo di promuoverne l’uso per violare il diritto d’autore … è correo nei risultanti atti di violazione da parte di terze parti che usino lo strumento, a prescindere dagli usi legali dello strumento.

Aggiornamenti, man mano che arrivano commenti.

Update: Ernest Miller con note dalla conferenza stampa pro-Grokster e dalla conferenza MPAA/RIAA.

Mobilitazione anti-broadcast flag

Chi cerca di proteggere una rendita di posizione, non riposa mai. Ne sono prova i reiterati tentativi di imporre la Broadcast Flag negli Stati Uniti.

Dopo la bocciatura da parte di un tribunale, l’ultimo tentativo è stato l’inserimento di soppiatto di un emendamento ad un disegno di legge finanziario.

La vigilanza della EFF, insieme alle segnalazioni di Slashdot, Boing Boing e Instapundit, hanno causato un diluvio di mail, fax e telefonate ai senatori che dovevano esaminare il disegno di legge.

Risultato: emendamento rimandato.

Chissà, magari riusciremo anche in Italia ad organizzare gruppi di pressione sufficientemente efficaci. Magari in tempo per la prossima volta che verranno presentati orrori tipo la Legge Urbani.

L’Economist e le imprecisioni della BSA

Ogni anno esce un nuovo studio sulla pirateria del software della BSA (Business Software Alliance). E ogni anno il rapporto si rivela più imbarazzante. E’ interessante vedere (finalmente!) su una rivista del livello dell’Economist gli stessi argomenti usati dai “copyfighter” (vedere ad es. la differenza tra perdite e “perdite), ma con un twist tipicamente inglese: “BSA or just BS ?” è il titolo (per chi non lo sapesse, BS è acronimo per bullshit).

La risposta della BSA non si è fatta attendere, in una lettera piuttosto acida al direttore:

Signore - il vostro articolo sulla pirateria del software era estremo, ingannevole e irresponsabile (“BSA or just BS?”, 21 Maggio). Il titolo era particolarmente offensivo. L’accusa che una industria possa ingrandire di proposito il tasso di pirateria e il suo impatto per aiutare i propri fini politici è ridicola. Il problema è reale e non ha bisogno di esagerazione.

Peccato che anche chi è pagato per realizzare lo studio BSA si sia dissociato dal modo iperbolico in cui ne sono pubblicizzati i risultati …
[Via Copyfight]

Il disco rotto del p2p e della flat

Un po’ di discussione in rete sull’interessante rapporto OECD sulla musica digitale in rete (pdf, 132 pagine).

Oggi Punto Informatico riporta i punti di vista dell’IFPI e della FIMI al riguardo. Li ho letti ma avrei potuto sintetizzarli anche senza leggerli. Parafrasando: “Il rapporto dice alcune cose giuste dove ci dà ragione, tratta gli argomenti in maniera superficiale o sbagliata dove non ci dà ragione”.

Mi lasciano perplesso gli argomenti usati da Mazza per liquidare la proposta di un prelievo flat sulla connettività per compensare i titolari dei diritti d’autore. Il rapporto OECD sostiene che i sistemi di compensazione alternativa potrebbero essere non necessari (perchè il mercato online comincia a funzionare) o potrebbero violare alcuni trattati internazionali (tipo la convenzione di Berna, fortemente voluti dai detentori di copyright). Così Mazza:

EM: È infatti un sistema anacronistico, tenendo conto che oggi la tecnologia consente micropagamenti e micro royalty ai titolari dei diritti. Con il sistema del flat si sarebbe solo favorito l’artista più famoso o la casa discografica più grossa.

E’ un argomento capzioso per varie ragioni:

  • Non si affrontano i (possibili) meriti dei vari sistemi di compensazione alternativa,
  • si propone un sistema infinitamente più complicato predicato non su una ma su due tecnologie che devono ancora dimostrare di funzionare nel mondo reale (micropagamenti e DRM)
  • Si mette in piedi un uomo di paglia (un ipotetico sistema di compensazione alternativa che favorisce le grandi case discografiche e i grandi artisti) per poi definirlo inaccettabile a causa dei difetti che ci si è inventati.

Se si desidera un sistema di compensazione alternativa che favorisca i piccoli artisti, basterebbe inventarsene uno che pesi nella maniera giusta le rilevazioni statistiche dell’uso e dello scaricamento dei loro brani musicali.

E’ pacifico che una tariffa flat sulla connettività sarebbe ingiusta perchè colpirebbe in maniera indiscriminata chi consuma musica e chi non la consuma. Inoltre, sarebbe inefficiente economicamente. Ma il metro su cui bisogna misurarne i meriti è un altro. Bisogna chiedersi se una tariffa flat creerebbe maggiore danno all’economia rispetto a leggi e sistemi che limitano in maniera drastica l’innovazione nel mondo delle tecnologie di rete e di riproduzione della musica e limitano anche la competizione nella produzione e distribuzione di musica. Perchè sono questi gli effetti delle leggi anti-circonvenzione (DMCA e EUCD) e delle tecnologie DRM rese obbligatorie ed intoccabili per legge su cui si basa il funzionamento del sistema invocato dalle case discografiche (micropagamenti e microroyalty per ogni trasferimento, per ogni uso …).

Se poi siamo tutti d’accordo che i sistemi di compensazione alternativa sono obsoleti e ingiusti, cominciamo a toglierli dai supporti di riproduzione, dalle memorie di massa e audio e videocassette.

Spiegazione dell’estensione del copyright

Ottima spiegazione da parte di un autore del meccanismo che porta alle continue estensioni del copyright:

L’unica ragione per cui continuano a passare leggi che estendono il copyright è perchè le persone e le aziende che sono diventate favolosamente ricche sfruttando le idee di qualcun’altro continuano ad usare quella ricchezza per fare pressioni sui governi e ottenere più protezione.

Riguardo alla giusta durata della protezione per incentivare:

10 anni è un incentivo, 100 anni è ingordigia.

[Via Boing Boing]

Pirateria e pubblico dominio

Pensavo di aver già parlato male a sufficienza della recente proposta di estensione del copyright sulle incisioni musicali in UK.

Ma così non è. Stamattina mi tocca leggere su Punto Informatico un altro esempio dei ragionamenti senza capo ne coda usati per sostenere proposte di questo tipo:

Una mossa appoggiata dai discografici che hanno già detto di ritenere utile l’operazione anche per le operazioni di contrasto alla pirateria.

E’ per definizione impossibile che “l’operazione” possa essere utile per le operazioni di contrasto alla pirateria. Quando le prime incisioni dei Beatles passerano nel pubblico dominio tra pochi anni, diventerà legale copiarle, venderle, rielaborarle, ecc. Se un brano è nel pubblico dominio, chiunque può farci quello che vuole. Ergo, niente più pirateria su quel brano.

Volendo essere capziosi, la frase sopra riportata potrebbe essere vera. Se il fine è di massimizzare il numero di operazioni contro la pirateria, l’estensione del diritto d’autore potrebbe essere un buon mezzo. Ma non penso fosse questo il senso della frase.

Se pensiamo che dopo 50 anni i cantanti e le case discografiche abbiano guadagnato a sufficienza da quei brani e vogliamo che tutti ci possano giocare, please, lasciamo perdere questa storia dei 90-95-100 anni e concentriamoci sugli artisti giovani.

Chi è il vero pirata ?

Pare proprio che le case discografiche non abbiano mai sentito la Regola Aurea: “Tratta gli altri come vorresti essere trattato da loro”, cardine dell’insegnamento etico di molte religioni.

E’ comprensibile che le case discografiche lamentino la pirateria. E’ meno accettabile che la lamentino come un tentativo di affamare i poveri artisti, quando anno dopo anno si sentono nuovi esempi di tentativi di non pagare o sotto-pagare le royalties agli artisti da parte delle case discografiche.

L’ultimo esempio è Warner Music Group. Da una parte, permette a iTunes di vendere brani musicali solo sotto forma di una “licenza”: chi paga 0,99€ su iTunes non acquista un brano musicale, acquista solo una licenza per quel brano in quella particolare forma, con tutte le restrizioni del caso (solo x macchine, solo x copie, ecc).

Third Story, che pubblica le canzoni di Tom Waits ed altri, ha citato in giudizio Warner Music perchè calcola le royalties per le vendite online con le stesse percentuali di quelle per le vendite di CD (tra il 9% e il 13%), nonostante il contratto di Tom Waits preveda royalties tra il 25% e il 50% delle licenze vendute a terze parti.

Si può capire come mai WMG non voglia rinunciare alla metà degli 0,67$ che riceve per ogni brano venduto su iTunes (0,99$), ma sembra piuttosto disonesto vendere “licenze” ai consumatori online (danno meno diritti) e comportarsi come se si vendesse un prodotto fisico con gli artisti (meno royalties).

Resta la domanda: chi è il vero pirata ? Chi sottrae soldi agli artisti, giusto ?

Estensione del copyright in Gran Bretagna

Via The Importance Of, la notizia che a Londra pensano di estendere il copyright sulle incisioni sonore, dagli attuali 50 a 95 anni.

La stessa manovra che è fortunatamente fallita l’anno scorso a Bruxelles.

Ho già sproloquiato a fondo sul perchè queste estensioni retroattive sono dannose: vanno a beneficiare poche grandi star e poche case discografiche, facendo strage del pubblico dominio.

Il Ministro delle Industrie Creative inglese dà un nuovo spin alla stanca retorica sull’estensione del copyright: le entrate aggiuntive permetterebbero all’industria discografica di fare maggiori investimenti nel trovare e sviluppare nuovi talenti. Forse non ha letto il rapporto dell’anno scorso della Commissione Europea che argomentava contro l’estensione. Ri-cito:

Si teme che una estensione del periodo di protezione tenderebbe solamente a diminuire la scelta di musica sul mercato, vincolando il flusso di denaro da alcune incisioni molto popolari, senza allo stesso tempo fornire alcun nuovo incentivo concreto alla creazione di nuove incisioni, e senza motivare nuovi investimenti.

A me sembra abbastanza chiaro. Ammesso e non concesso che le case discografiche siano imprese ben condotte, l’investimento sui nuovi talenti viene fatto in base alla loro (presunta) redditività, non in base alla quantità di denaro che hanno in casa. Le entrate aggiuntive troverebbero rapidamente la tasca verso i portafogli del management e degli azionisti, non verso nuovi e promettenti artisti.

Per chiarire l’ultimo equivoco, una estensione del copyright da 50 a 95 anni ha pochissimo impatto sulla produzione di nuove opere dell’ingegno: le future entrate sono talmente lontane nel futuro e talmente incerte che il loro valore scontato al presente è quasi nullo. Basti vedere ad es. Boldrin e Levine, o il rapporto scritto da 17 grandi economisti (tra i quali 5 premi nobel) a supporto di Eldred vs Ashcroft.

In conclusione, le estensioni retroattive del copyright servono solamente a trasferire risorse dai consumatori in genere ai pochi detentori di diritti sulle opere ancora popolari dopo 50 anni (e.g. Beatles, Rolling Stones, ecc). Sostenere direttamente un trasferimento di ricchezza dal pubblico verso pochi artisti/case discografiche già molto ricchi sarebbe impopolare, quindi si usano argomenti fallaci per riguardo un presunto incentivo alla creazione di nuove opere.

Come diceva Deep Throat ai giornalisti sul caso Watergate, per scoprire i responsabili bisogna “seguire il denaro” (”Follow the money”). In questo caso, basta interrogarsi su quali siano i benefici certi (discografici & c) e quali i benefici solo presunti (per il pubblico).

Giudici illuminati in Francia

Interessanti sviluppi sulle leggi anti-p2p in Francia. In marzo, il giudice Dominique Barella, presidente del maggiore sindacato dei magistrati francesi, aveva scritto un editoriale per Liberation in cui aveva osato invocare la depenalizzazione del file-sharing individuale senza scopi di lucro (Dépénaliser la musique téléchargée), parlando della riluttanza dei magistrati francesi a confermare le pene di reclusione previste dalla legge per alcuni giovani condannati per aver condiviso brani musicali in rete.

Il ragionamento espresso dal magistrato non differisce molto dagli argomenti già visti in molti blog negli ultimi anni (compreso questo):

«Quand une pratique infractionnelle devient généralisée pour toute une génération, c’est la preuve que l’application d’un texte à un domaine particulier est inepte.»

Provo a tradurre: “Quando un reato penale diventa generalizzato per tutta una generazione, è la prova della applicazione inetta di una legge ad un particolare problema”.

Prosegue, dicendo che è preferibile anticipare la piena espressione dell’incomprensione generazionale tra le generazioni pre-p2p e i giovani attuali, evitando di regolare penalmente ciò che deve essere regolato tecnicamente ed economicamente. E rincara, sostenendo che è più opportuno che lo stato utilizzi polizia e magistratura per dar la caccia e punire i delinquenti più pericolosi, piuttosto che “per proteggere alcune multinazionali del disco”.

L’industria discografica Francese si è (ovviamente) scagliata contro il giudice Barella, scrivendo una lettera al ministro della giustizia per protestare contro le sue parole, e ringraziandolo in anticipo per le “azioni disciplinari che riterrà opportuno prendere”.

Possiamo sperare che i magistrati Italiani seguano l’esempio dei colleghi transalpini, e che si possa sviluppare un dibattito che porti ad invertire il trend verso legislazioni inutilimente severe sul file-sharing.

[Via Wired]

Yahoo! Music e il valore della musica

Uno non può neanche starsene via un paio di settimane senza che succedano cose (quasi) epocali: Yahoo! lancia Yahoo! Music, un servizio ad abbonamento che permette di ascoltare tutta la musica che si vuole a 4,99$/mese.

Questo lancio ispira una provocazione di Mark Cuban: come può l’industria discografica sostenere che un pirata debba pagare danni per migliaia di €, quando è disposta a mettere un valore commerciale di 5$/mese sulla possibilità di ascoltare musica senza limite ?

Un prezzo di questo genere potrebbe quasi convicermi ad usare un servizio ad abbonamento, anche se la “proprietà” della musica continua ad avere enormi vantaggi …

ESS si inchina alla MPAA

ESS ha patteggiato con la MPAA (ass. cinematografici americani) per evitare un processo. L’accusa era “aver venduto chip decodificatori per DVD ad aziende non autorizzate”.

Non si conoscono i dettagli economici dell’accordo, ma ESS ha dichiarato di essersi impegnata con la MPAA a

a combattere la pirateria ed a vendere i chip solo ai licenziatari della DVD Copy Control Association (DVD CCA).

Non si capisce bene come un produttore di chip per lettori DVD possa impegnarsi a combattere la pirateria. A meno che non sia uno dei maggiori produttori di chipset per lettori DVD compatibili DivX, molto usati per riprodurre filmati su schermo TV i filmati scaricati da Internet. ESS è anche uno dei partner di lancio per DivX 6 (formato che darà molto fastidio alla MPAA). Mi chiedo se nell’accordo extra-giudiziale sia contemplata qualche restrizione alla vendita di chipset DivX ….

India, WIPO e sviluppo

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad uno scandaloso uso dei trattati e delle organizzazioni internazionali per propagare il Massimalismo della Proprietà Intellettuale, sottraendolo per quanto possibile, al controllo di istituzioni democratiche e allo scrutinio dell’opinione pubblica.

Fortunatamente, nell’ultimo anno si sono uniti due sforzi per invertire questo processo. Da una parte, organizzazioni come la EFF e IP Justice hanno cominciato a puntare un riflessore su questa “fabbrica delle salsicce”, e hanno messo in azione abili “evangelisti” e copyfighter, come Cory Doctorow. Dall’altra parte, molti paesi in via di sviluppo hanno (finalmente!) smesso di accettare supinamente trattati che gli impongono politiche auto-lesionistiche di protezione della proprietà intellettuale.

L’anno scorso un blocco di paesi che include Brasile ed India è riuscito a vincere un importante voto che ha imposto una Agenda di Sviluppo alla WIPO (Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale). La risposta delle nazioni in cui maggiori sono le spinte alla protezione (come gli USA) hanno provato ad interpretare l’agenda allo sviluppo come una richiesta d’aiuto nello sviluppare protezioni dell’IP, e hanno proposto di assegnare “nazioni compagne” che aiutino a stendere leggi sufficientemente auto-lesioniste.

Nelle parole di Cory Doctorow:

I paesi in via di sviluppo hanno allegramente chiamato stronzate queste proposte.

La dichiarazione Indiana all’assemblea è la migliore spiegazione del perchè sia necessario trasformare la WIPO da una welfare agency per l’industria discografica e cinematografica ad una agenzia umanitaria che aiuti le nazioni in via di sviluppo a realizzare il potenziale umano in esse presente. Ne traduco un estratto:

“Sviluppo”, nella terminologia della WIPO, significa aumentare la capacità di un paese in via di sviluppo di fornire protezione ai detentori di diritti di proprietà intellettuale. Questo è esattamente l’opposto di quello che che i paesi in via di sviluppo intendono quando parlano di una “dimensione dello sviluppo”. Il documento presentato dal Gruppo degli Amici dello Sviluppo corregge questo errore concettuale - cioè che la dimensione dello sviluppo significhi assistenza tecnico.

Il vero imperativo dello “sviluppo” è assicurare che gli interessi dei detentori di Proprietà Intellettuale non siano protetti a scapito degli utenti di Proprietà intellettuale [IP], dei consumatori, e della politica pubblica in genere. Questa proposta, quindi, cerca di incorporare nella legge e nella pratica internazionale sulla Proprietà Intellettuale quello che i paesi in via di sviluppo hanno chiesto con forza fin da quando sono stati costretti ad accettare TRIPS nel 1994 [il trattato WTO sugli aspetti relativi al commercio della proprietà intellettuale].

La ragione primaria per cui vale la pena di proteggere la Proprietà Intellettuale è, innanzitutto, la promozione dello sviluppo della società incoraggiando l’innovazione tecnologica. Il monopolio legale che viene concesso ai detentori di IP è una eccezione al principio generale che vede i mercati competitivi come la miglior garanzia di assicurare gli interessi dell’intera società. La ragione dell’eccezione non è che l’estrazione di profitti di monopolio da parte degli innovatori sia di per se stessa un bene per la società e per questo debba essere promosso. Piuttosto, [la ragione dell'eccezione è che] propriamente controllato, un monopolio di questo tipo provvede un incentivo all’innovazione, che potrebbe produrre benefici sufficienti per compensare la società delle perdite immediate causate ai consumatori dall’esistenza di un mercato di monopolio piuttosto che di un mercato competitivo. I diritti di monopolio concessi ai detentori di IP sono un incentivo speciale che deve essere calibrato in ogni paese in luce delle proprie circostanze, tenendo conto dei costi complessivi e dei benefici di tale protezione.

[Via Boing Boing, 1 e 2]